È lei!

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martedì 8 luglio 2014

Roscia referenziata cerca casa (reprise)

Lei: "Sì, salve, la chiamo per la casa a via di Sant'Erasmo"
Agente: "Andata. Ma ne ho un'altra."
Lei: "Pari requisiti?"
Agente: "Più o meno"
Lei: "Mi dica com'è al netto dei mansardatissima e collegatissima che vi piacciono tanto"
Agente: "Due stanze, salone, cucina, bagno, balconcini"
Lei: "Pari richiesta?"
Agente: "100 meno"
Lei: "Onestamente, è una topaia? Perché non mi interessa una topaia, ne ho viste miliardi, e rischia pure che la insulto, se mi fa vedere una topaia"
Agente: "Jaa posso dì 'na cosa 'n romano?"
Lei: "eh."
Agente: "È 'n cesso propio".
Lei: "O, dio, grazie! Diamoci del tu. Qualsiasi cosa di accettabile e completamente vuoto abbia, tra centro, san giovanni e prati mi chiami che io accorro."
Agente: "Ce n'ho una a via Collazia"
Lei: "Non mi dire che è all'altezza di Via Sinuessa che sto a fa' gli scatoloni"
Agente: "Eeeeesatto"
Lei: "Oggi alle 5?"
Agente: "Oggi alle 5".

Casa Sinuessa, sto tornando! Sto tornando, Cornotteria, Tre Scalini, barista brasiliano di quel bar che sembra un bordello anni '80, Todis, Via Sannio!

Insomma, tanto il signor marito dirà di no.
Perché l'uomo del centro, fuori dalle mura, si sente come fuori dall'atmosfera e senza ossigeno. L'uomo del centro arriva alle Terme di Caracalla e interiormente si attrezza come se all'imbocco di Via dell'Amaba Aradan ci fossero gli Unni.
L'uomo del centro confonde Casilina, Prenestina, Collatina e Laurentina. Conosce solo Aurelia e Pontina, perché al mare ci va. L'uomo del centro arriva a Porta Maggiore e si sente Huck Finn sul Mississippi.
Per l'uomo del centro, dopo il Fleming c'è Viterbo, e dopo Re di Roma Frosinone.
Per l'uomo del centro l'Eur è uno stato a parte.
Per l'uomo del centro, fuori dai varchi è come fuori dall'impero.
Esce dalla ZTL e cerca la scritta "HIC SUNT LEONES"
Per l'uomo del centro, i supermercati sono solo in centro. Fuori ci sono gli Horti Sallustiani e quelli di Mecenate, i pascoli e le marrane. Oltre il secondo giro di mura, ci sono cimiteri a cielo aperto, fuochi fatui e intrepidi tombaroli.

E io, invece, voglio tornare in una casa così.

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Vi siete ricordati di supportare il nuovo progetto della Ragazzina dai Capelli Rossi?







venerdì 4 gennaio 2013

Per un ragionamento sull'affermazione dei diritti di una (ex) studentessa fuori sede.



Appena ho messo il naso nella mia nuova “vera” casa, quando sono stata ufficialmente insignita del titolo di studentessa fuorisede, una cosa mi è stata subito chiara: “Signorì, qua dentro ognuno ha la sua tazza per il caffelatte, nt’azzardare a usare le nostre”.

Il primo impatto con la vera indipendenza, quindi, è stata la scelta di una tazza per la colazione. Non epiche lotte per i diritti umani, non la labirintite da supermercato, non lunghe nottate a finire “le confessioni di un italiano”.. 

Il caffelatte, poi è uno stile di vita. Sei un barbagianni, se bevi caffelatte. Intendiamoci, amo il caffelatte. Ma noi amanti del genere non abbiamo molto in comune con chi “beve un caffè, mangia un frutto e beve un bicchiere di spremuta”.  Per questo ho capito che il caffè latte è la bevanda definitiva, per la colazione. Richiede almeno almeno 250 ml di latte, la misura corretta è ¾ latte – ¼ caffè. Nutriente come 7 barrette di Pesoforma, è il modo migliore per cominciare la giornata con una voglia clamorosa di tornare a letto. Perché il caffelatte si beve accompagnato da 700 biscotti.

La scelta della tazza è stata un po’ il mio debutto in società. Al negozietto di cineserie, mi sono trovata di fronte a, giuro, almeno 4 scaffali pieni di tazze, tazzine e vasellame vario e meno di mezz’ora per decidere. Stavano per chiudere. Non avrei avuto altre possibilità. La colazione era vicina. Suona un po’ come “ma l’antico vaso andava portato in salvo”. 
La tazza doveva rappresentare l’indipendenza, doveva essere il mio scoglio di Quarto, era anche un po’ il mio “Obbedisco”. Nessuno è mai morto, poi, comprando una tazza per la colazione.
Sofismi inutili: forma, colore, dimensione, con piattino, senza piattino, con manico, senza manico, ceramica, plastica, porcellana, smaltata, grezza, con disegni astratti, motivi geometrici, tinta unita, senza pretese, appariscente, con il Che, senza il Che, chissà quante altre.
La tazza doveva essere il mio biglietto da visita. Non sapevo ancora con cosa l’avrei riempita perché, appena sveglia, avevo solo voglia di lasciarmi morire, non certo di tracannare tre quarti di litro di caffè latte. Ora, con la mia fedele tazza, tutto è diverso.

Gialla? No, ce n’era già una, gialla. Blu? No, il blu mi fa bed & breakfast. Il nero mi fa Ikea e serial killer. Come fai a cominciare la giornata bevendo da una tazza nera? Chi sei, il conte Dracula? Charles Manson? Alemanno?
Evitiamo il tinta unita. Il tinta unita mi fa quadernone monocromo, quello che la mamma ti comprava appena riusciva ad approfittare di un tuo attimo di distrazione, costringendoti a rinunciare al bramato quaderno di Mila e Shiro o dei Cavalieri dello Zodiaco. Forse, se odio la matematica è anche colpa dei monocromo. Avevo un quadernone verde pisello, a quadretti: era infinito, mi dev’essere durato fino alla terza liceo. Insopportabile.
La mia tazza con relativo caffè americano
abbandonato da giorni per fare un
esperimento sui parameci.

Cerchiamo una tazza almeno bicolore, magari con un disegno. Farfalle? Roselline? I Simpson? Fiocchetti rosa? Una principessa Disney? No, per pietà, la-principessa-Disney-no. Poi, se c’è una che a cervello stava proprio messa male, è proprio Biancaneve. Spessore intellettuale zero, assoggettamento a personaggi biechi e di dubbio gusto..no, non sono Berkeley. I Simpson? Mi fanno “faccio la simpatica ma non mi ricordo i nomi dei personaggi perché non ho la tv da anni”. Next. Farfalle? No, tchè, le farfalle no. Tutte spiaccicate sulla tazza della colazione come le falene attorno alla luce del terrazzo. Roselline? Magari un’altra volta, così su fondo crema mi fanno un po’ guanciale-della-bisnonna-defunta.
Oddio, non troverò mai una tazza. Ad un certo punto, opto per la ciotola. La ciotola! Ampia, spaziosa, progettata per contenere otto quintali di yogurt e muesli scadente, base due cm che rende inevitabile il rovesciamento sull’abito da lavoro, rosso metallizzato, sì!
Ma poi, no. La ciotola, no. Dico no se, come me ai tempi, hai un nido di serpenti al posto dei capelli, ingestibili prima delle 11, seminati a dread, perline, treccine: la ciotola no, ti ci finiscono tutti dentro mentre sorbi la tua cisterna di caffè latte. Se ti compri la ciotola, ti devi comprare anche una retina per capelli modello inserviente della mensa.
Poi, il Che. Dico, neanche Fidel beve nella tazza con il faccione del Che. Ti svegli già con l’ansia che la rivoluzione stia cominciando senza di te, che indugi con il tuo caffè latte e il tuo container di biscotti burrosi e finti Pan di Stelle del discount che, a differenza degli originali, sono secchi come calcinacci e inspiegabilmente idrorepellenti.
E ultima venne la tazza con il drago. Era bellissima. Non un drago qualsiasi, di quelli pseudo vaso Ming, di quelli da tatuaggio burino: era un po’ il drago riluttante della Disney, era un po’ Grisù, era mia!
12€. No, dico, dodicieuro per un draghetto disegnato su una tazza? E mi devo anche accollare tutto il servizio, con cucchiaio e tovaglietta? No, signora quelli già ce li ho, poi, se proprio vogliamo sottilizzare, in tasca ho dieci euro, e ci devo ancora comprare il latte, il caffè e i biscotti per domani. Magari anche le sigarette. Ma non demordo, ho una missione da compiere.
Alla fine, la vedo: è verde pisello come il mio ex quadernone monocromo. Ha fiorelloni intervallati a cerchi concentrici. È la mia nuova tazza hippie, con tanto di sottotazza al modico prezzo di 2 euro e 50. Baldanzosa, esco. La nuova tazza mi rappresenta. È fastidiosa ma allegra. Sigarette e a casa. E mi dimentico clamorosamente il latte.

domenica 2 settembre 2012

Inediti dal Diario della Ragazzina dai Capelli Rossi

"09/10/2008
h 06:18
Stazione di Chiavari, pronta ed in partenza al binario 1, destinazione Roma, ascoltando "Wild, Young and Free".
h xx:xx
Grosseto. Sempre in treno. Coma profondo. Pensieri, parole, opere ed omissioni. Sonno, più generalmente. Ma chi è il perverso mitomane che distribuisce i numeri dei sedili del treno? Mi mancano così tanti tasselli che sono partità di già. Solo ora che, sul serio, dovrò bastare a me stessa, sola contro un mostro che si chiama "Capitale"...ma cosa spero di trovare?
Ma ho tanta voglia dei colori di Roma."

"03/11/2008
Ho consumato un depliant sul mio presunto corso di laurea. Tra una crisi esistenziale e una lettura in spagnolo, quasi meglio la crisi esistenziale".

"04/11/2008
Il giorno della Vittoria, se mi ricordo bene. Vittoria un cazzo, sul mio fronte, sola come un calzino spaiato e, dulcis in fundo, sotto la pioggia. Sapere che autobus prendere è già qualcosa. Sarebbe meglio se, dall'altro capo del telefono, il tuo presunto fidanzato non ti dicesse che una laurea non è un valore aggiunto. Ovviamente in una lingua sconosciuta ai più".

"07/11/2008
Aspetto che cominci la prima lezione universitaria della mia vita con un corredo scolastico nuovo. Sono seduta di fianco all'unica ragazza del Nord di tutta la Facoltà che, ovviamente, non mi parla."

"01/12/2008
Ma sai che c'è? Comincio a rompermi un po' il belino delle tue sentenze da decodificare via SMS. Io starò qui, a costo di farmi immolare sulla Nomentana -ma quanto fa figo conoscere i nomi delle strade?"

"05/12/2008
Ho una casa. Cioè, cazzo, HO UNA CASA! È pulciosissima, ma la amo, la amerò per sempre. In realtà non l'ho nemmeno guardata bene, perché volevo una casa. Però mi è piaciuta, mi hanno anche offerto il caffè".

"09/12/2008
h 19.30
Ho cenato con una scatoletta  di tonno e un formaggino. Da eroina romantica ad eroina verghiana in dieci rapide mosse. Ho letto una strofa sola della poesia di Re Enzo, niente di trascendentale, mi manca quel buco di culo di paese da dove vengo e che fingo di odiare e tutti i miei amici. Niente di trascendentale, vorrei avere i soldi per materializzarmi su, bere una cosa al Mille e tornare giù. O per farli trasferire tutti qui. Sono disorientata e tu non mi aiuti. Mi dai addosso. Hai detto che magari verrai a Roma con me, forse. Sembrava una minaccia, ma l'ho presa bene perché con te so fare solo il cagnolino e tanto ti manderò anche un insulso SMS per scusarmi per aver preso in mano la mia vita fregandomene della tua. Sai, noi che abbiamo vissuto l'lluminismo, spesso, ragioniamo così."

"11/12/2008
Non mi hai cagata tutto il giorno.
Mi stimo, quanto mi stimo.
Ora mi ritiro e ascolto Ivan Graziani. Mi stimerò, ma ho lo slancio vitale di una cimice in uno strappo di Scottex".

Le cose cambiano, i tempi pure, ma...col senno di poi...

martedì 31 luglio 2012

un risveglio sul pak.

Lei: "Amó, mi sembra di essere tornata ai bei tempi di casa Sinuessa: una bella doccia fredda e via, verso il baratro"
Lui: "Ma quante storie! È acqua fredda, non acido solforico!"
Lei: "Ho capito, mi ero abituata a fare la doccia calda, scusa! Come sono diventata borghese, in soli due anni! Quasi quasi vado a lavarmi al fiume!"
Lui: "Zitta e insaponati, che tra un po', sennò devo amputarti un piede..."
Lei: "Amó, se non altro non mi verrà la cellulite...."
Lui: "Amó, ti sei mai chiesta perché, da quando l'acqua è gelata, io smanetto con la caldaia e non facciamo quasi più la doccia insieme?"
Lei: "Amó, non ho detto niente per l'alga, ma a 'sto giro è troppo! Non ce l'ho la cellulite!"
Lui: "Quando ce l'avrai, non sarò certo qui a guardarti le chiappe. Sarò con una ventenne su una spiaggia caraibica. (Ghigno)"
Lei: "O sepolto da anni sotto un quintale di alghe Guam. Seguo troppi polizieschi per non riuscire a compiere il delitto perfetto".
Lui: "Non lo faresti mai..."
Lei: "Accendimi la caldaia, allora".

La caldaia è rotta, comunque. Questi dieci minuti di conversazione mi sono quasi costati il mignolo del piede, quasi completamente assiderato.

venerdì 27 luglio 2012

Roscia referenziata priva di gusto estetico cerca casa II - il bordello thailandese

Lei: "Amó, allora, ho visto una casa troppo bella! Bellissima! Insomma, entri e c'è un soggiorno enorme, con tutti gli armadi fatti su misura, le mensole, un divano, il tavolo da pranzo ecc...che da su via XXXX; c'è un angolo cottura piccino, però fatto bene, cioè lo spazio...voglio dire: usato benissimo. Poi c'è una camera da letto gigantesca, ma proprio gigante, con un letto matrimoniale, una tavolo gi-gan-te-sco e un terrazzino. Ingresso indipendente, ma troppo bella, ti giuro!"
Lui: "Vuoi che la veda anche io?"
Lei: "No, perché ti farà cagare."
Lui: "Ma hai deto che è bellissima!"
Lei: "Appunto, secondo il mio gusto. Secondo il gusto di una che non ha arredato una casa in centro a Roma come se fosse una baita di montagna, con mobili inutili, brutti e kitsch e che se la tira anche da grande arredatrice..."
Lui: "Parli dei miei mobili? Ma se quando ci siamo conosciuti hai detto che ti piacevano!"
Lei: "Ma tu entri in casa di uno che ti ha invitata a cena e dici come prima cosa 'Ahó, chemmerda 'sti mobili!', non ho capito!"
Lui: "Ma guarda che sei strana, eh!"
Lei: "Non sono strana io, sono i tuoi mobili che mi fanno rimpiangere il tavolo sudato di Casa Sinuessa! Sembra di stare in un bordello thailandese, porcaccia troia!"
Lui: "Se rimani con me, rimani con i miei mobili"
Lei: "Se rimani con me, i tuoi mobili devono sparire, prima o poi"
Lui: "Non hai il minimo gusto estetico, sei figlia del Soviet."

Mi scuso per l'imprecisione dell'immagine; il bordello qui ritratto, ovviamente, non è thailandese. Comunque, l'ida di arredamento di P. è abbastanza su questo genere.

mercoledì 30 maggio 2012

Il figorifero.


Mi piace paragonare il percorso universitario che sto lentamente conducendo alla mia dedizione al Primo Tomb Raider. È stato il mio primo videogioco e, tuttora, i migliori ricordi che serbo della tecnologia sono legati a Lara Croft.

Il primo livello, se ben mi ricordo, è ambientato in una caverna, le difficoltà sono minime, familiarizzi col gioco in totale tranquillità: è un po’ come il primo semestre, quando le tue preoccupazioni si limitano al ricordare i nomi degli insegnanti, capire dove sono le aule, come si arriva alla Caserma Sani, perché hai delle lezioni alle 7 di sera e a tranquillizzare i genitori lontani. Saltiamo i passaggi successivi, soffermiamoci al primo livello difficile, il 5°.
Allora, il 5° è il primo in cui incontri serie difficoltà. Muori come una mosca ogni dieci passi. Infattibile, rispetto a prima, naturalmente. È un po’ come quando sei con i tuoi coinquilini e, improvvisamente, per settimane, a volte anche mesi, a seconda dei casi, ti trovi senza acqua calda. È successo, lo giuro. A casa dei miei, mai. O vivi in situazioni di degrado tali da non accorgerti che in bagno non c’è il copriwater. Ostacoli insormontabili si frappongono tra te, la sessione d’esame e la frequenza regolare delle lezioni.
Il primo effettivo ostacolo, per me, è stato il frigo. Maledizione al frigo. Un frigo che, se avessi fatto come ai tempi degli antichi, la roba mi si sarebbe conservata meglio. Ho anche provato ad esporlo a tramontana, ma niente.
Il frigo era rigorosamente diviso in 4 parti uguali, una per coinquilino, alle quali si aggiungeva ¼ di cassetto per la verdura e un ripiano della porta del frigo. Il nostro frigo, che dev’esser coetaneo della Montalcini, conservava gli alimenti a temperatura ambiente, per cui era sicuramente meglio usarlo come terrario che non adibirlo a luogo di conservazione delle provviste. Intanto, a suon di sommare tutti i miei quarti sparsi, ho raggiunto una superficie da riempire pari allo Sri Lanka. Impossibile, con un budget di spesa di meno di 20 euro settimanali. Labirintite da supermercato, frigo perennemente vuoto.
Il frigo della mamma è sempre pieno, è sempre pulito. Non c’è mai la muffa.
Nel nostro frigo c’era la pestilenza. Nel mio reparto uno yogurt magro troppo schifoso per essere mangiato, anche nei momenti più neri, un pacchetto di sottilette e una bottiglia di tabasco. Facile capire perché, cambiata vita, abbia preso 8 chili.
Labirintite da supermercato, maledetta almeno quanto il frigo. Il frigo della mamma ti sorprende sempre con qualcosa di oltremodo sfizioso. Gli avanzi non esistono, la frutta non si decompone, le pareti non sono verdi e appiccicose, c’è sempre il prosciutto e la maionese. Nel frigo dello studente medio, in periodi di prosperità, ci sono birre e pane in cassetta. A volte, le chiavi di casa dell’ultimo rientrato. Troppo spesso, colonie di parameci. A cadenza bimestrale, avanzi di fast food. Non so se abbiate mai provato a riscaldare patate fritte avanzate da qualche cena trasgressiva. Non fatelo. Mai. Lasciate che ci pensino i parameci.
Come si fa, dico io, a studiare voltapervolta con il peso sulla coscienza della vacuità della tua parte di frigo? Impossibile.
Ho detto vacuità, chissà dove l’ho imparato. Comunque, se non sapete cos’è l’horror vacui, vi consiglio di aprire il mio frigo, tuttora.
Incredibilmente, poi, il periodo di prosperità economica non coincide mai con la sessione d’esame, cosa da un lato positiva, perché accorda mooooltissimo tempo libero allo studente, teoricamente investibile in studio di alfieriana e leopardiana memoria. I risparmi vengono liquidati in una sera, al grido “un’altroggìro! Da domani clausura!”. Sull’estratto conto ti esce gatto Silvestro. Ma i libri ce li hai, fra stenti e privazioni, si potrebbe studiare. C’è il frigo, però: è lì, ti guarda, si mette in contatto telepatico con te, si insinua tra le opere minori di Cervantes e la filologia romanza. Se ne frega della grammatica storica, della linguistica e della poetica di Aristotele.
Studio. Mi alzo. Contemplo il frigo vuoto. Apro. È vuoto sul serio. Chiudo. Sospiro. Mi illumino. Riapro. È vuoto. Chiudo. Ghigno. Sarà mia, quella mozzarella? Bava. Esame di coscienza. Libro. Pensiero fisso della mozzarella. Manuale-evidenziatore-riassuntino. Oddio, quella mozzarella. Finisco il capitolo e ceno. Mamma mia, mozzarella, olio e sale, speriamo che mi prestino dei crackers.
Ad libitum nei giorni seguenti.

“Signorina, non le posso dare più di 23”.
Ti odio, frigorifero.

sabato 7 maggio 2011

Mi hanno chiuso il bar.

Cara Signora,
le lascio il prezioso appartamento “tre camere bagno cucina balcone”. Sarà lieta di trovare un sacco di cose. Le lascio le sedie, le lascio i piatti, il tavolo, dei mobili non miei, delle tende sporche di fumo, dei muri putridi e ammuffiti. Le lascio un chiodo appeso sopra la porta del bagno, quasi al soffitto: ci appenda la borsa, invece che lasciarla in giro, magari sul tavolo della cucina. Se da un’occhiata in cucina, le ho lasciato una dozzina di modi diversi di morire fulminata. Li tenga, io ne ho trovati altri, magari le servono.
Il bagno, ha visto, è come l’ha lasciato. La pavimentazione irregolare tipica del mosaico bizantino, con toni dorati dati dai frammenti di filo elettrico scoperto sparsi specialmente nei pressi della perdita d’acqua sotto la vasca da bagno, è ancora intatta. Davvero ammirevole che si sia conservato nonostante l’uso smodato che ne abbiamo fatto. Mi sono permessa di fare qualche lavoro di manutenzione e miglioramento, tra cui lo scarico dell’acqua. Sa, ho perso il lavoro e ho dovuto licenziare il servo addetto alle abluzioni. Allora ho fatto mettere la cassetta dell’acqua nuova, mi perdoni, lo so: sono una maledetta borghese. Comunque, se guarda il lavandino, ho cambiato il gomito, l’ho anche siliconato con le mie mani sante innumerevoli volte: impossibile non avere attacchi d’arte nella sua splendida magione.
Ma venga, sù, questa è stata la mia stanza: le ante dell’armadio ci sono tutte, cosa che non si può dire delle viti dei cardini. Ecco il terrazzo. Lo tengo isolato con una tapparella a chiusura ermetica modello ghigliottina per non infastidire le mie piante secche, un po’ di rispetto, su. Questo glielo lascio, è un bel porta dvd Ikea dal valore inestimabile, farà coppia con i mosaici bizantini del bagno. Se si guarda intorno, potrà scorgere scene grottesche e meravigliose di 3 anni di vita. Potrà vedere me e la mia adorata ex coinquilina intente a fare pulizie inusitate, a ridere fino alle lacrime guardando film stupidi, mangiando cibo cinese freddo, scoprendo gadgets sopra gli armadi, dormendo abbracciate alle rispettive bacinelle, comprando oggetti inutili ma abbinati. Effettivamente, se guarda il materasso, può notare delle lussuosissime macchie d’olio. Sì, le scrivanie sono due. Queste gliele lascio insieme al ricordo scarsamente intellettuale di tutte le volte in cui sono state adibite a tavolo da pranzo. Questi splendidi intarsi risalgono almeno al neolitico, a giudicare dalla finezza della fattura. I materassi non sono sfondati, sono praticamente nuovi, qui dentro non s’è mai dormito. Cosa manca? Ah, sì, questo glielo lascio, si ricordi, ci bagni i muri ogni tanto, sono i drink versati in giro per casa che tengo su la baracca. Venga in cucina, ammiri la dignità di questo legno che, nonostante sia morto da un paio di glaciazioni, continua a produrre resina. Le offro un caffè: mi raccomando, quando fa il caffè, chiuda il gas. Mi spiace aver rimosso il cartello “ESPLOSIONE, MORTE, DISTRUZIONE”, ma lo tenga a mente. I fornelli vanno puliti almeno una volta al giorno, o si tappano. O si squagliano, non l’ho mai capito. le tazzine me le sono portate via però, non le avrei lasciato certo la tazzina diabolica di D’lyla. Oh, i cucchiaini se li ricorda? Beh, come no, l’avrei detto. Un servizio del matrimonio. Di chi? Di Enrico VIII?
Haragionenientepolemiche. Come, come? Se ho spostato il boiler? Intanto, non lo nomini invano, il boiler, è di temperamento collerico e molto lunatico, per non dire “posizionato sull’ultima presa funzionante di tutta la cucina”. Se s’arrabbia comincia a colare acqua. Non sembra, ma è un altro modo qualsiasi di morire. Comunque, non l’ho spostato. Il signor Gianni? beh, quasi sicuramente è stato lui. Chissà che faceva mentre noi ci sfondavamo negli Irish Pub del centro. Minimo minimo, uno che s’annoia si mette a spostare i boiler da un punto all’altro di una stanza. Io, quando sono nervosa, mi metto a smontare porte blindate e a cambiarle di posto, nel palazzo. Comunque, come vede, la casa è come l’ha lasciata, in bilico su muri fradici.
Beh, mi sa che è tutto.
In sintesi, le lascio un migliaio di giorni di risate meravigliose, di luce splendida, di miti coinquilini, di paste carbonare, di cuba caserecci, di biscotti marmorei, di animali della savana, jene, sciacalli e licaoni, di tossicodipendenti buoni con tutti meno che con me, di montagne di birre, di scuola guida, di esplorazioni, di esami, di bollette, di mattine troppo brevi, di ospiti sconosciuti, di amici, di amici degli amici, di imbucati amici degli amici degli amici con cui ho dormito. Le lascio 3 anni di fiducia nel mondo e nell’eterno scorrere del tempo, anni di sdrammatizzazioni e movimenti sexy. Mo’ basta, non sarà troppo?
Non se ne parla: non glieli lascio proprio i miei Campari, il mio terriccio sul tavolo della cucina, mi ridia subito la carbonara di Lorenzo, il grembiule rosa di Ivanka, le bestemmie di Peach (lo so, o Peach, non è poetico, ma sei stato un grande maestro), il timballo di Lola, l’influenza gastrointestinale cronica di Dalila, e pure i krapfen di Giuseppe II… molli subito le serate alla Rocka, e la domenica sera a guardare Tutti pazzi per amore.. Morta di fame… questa è roba mia, lei non c’entra niente. Me la sono meritata, sta roba qua.
Mi sento come se l’Asl mi avesse chiuso il bar.